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Disabilità, una chance che Matteo Renzi non può mancare

Al Signor Presidente del Consiglio Matteo Renzi,

Riteniamo che questo sia il momento giusto per segnalare una questione, di cui forse lei è a conoscenza, che è centrale per il mondo della disabilità e che potrebbe rappresentare un elemento qualificante per il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’UE.

Questi i fatti. È il 2012 quando la Commissione Europea invia al Parlamento una bozza di Direttiva che obbliga le Pubbliche Amministrazioni a rendere i propri siti Web 100% accessibili. È il 2014 quando il Parlamento pubblica la propria risoluzione legislativa sullo stesso argomento.

Cosa è successo tra queste due date? Nulla. La proposta originaria dell’Esecutivo di Bruxelles – che si inserisce nel quadro dell’Agenda Digitale – prevede, a partire dalla fine del 2015, l’introduzione di elementi di accessibilità obbligatori e uniformati per 12 tipi di siti internet.

Si tratta di servizi pubblici fondamentali: imposte sul reddito; ricerca di lavoro; contributi di sicurezza sociale come indennità di disoccupazione, assegni familiari, spese mediche, borse di studio; documenti personali; immatricolazioni; licenze edilizie; denunce; servizi bibliotecari; iscrizione a istituti superiori o università; certificati di nascita o di matrimonio; trasferimento di residenza; servizi sanitari. La Commissione è poi convinta che si metterà in atto una sorta di “effetto palla di neve”, un contagio benefico che affetterà anche altri campi.

Un catalogo ben fornito che, tuttavia, non è bastato al Parlamento. Il quale ha incluso nelle nuove regole anche i siti di soggetti privati che svolgono funzioni pubbliche. Come per esempio forniture di gas, elettricità e acqua, nonché trasporti e assistenza sociale. Inoltre, nell’estensione dell’applicazione della Direttiva, gli Eurodeputati hanno inserito anche qualunque tipologia di piattaforma attraverso la quale il servizio viene erogato. Per esempio, tutte le App utilizzate via smartphone.

Il Parlamento ha poi predisposto un organo di implementazione e sorveglianza al quale tutti gli Stati sono obbligati a riferirsi non solo per ciò che riguarda la fase di attuazione, ma anche nel caso di reclami e denunce. Infine, tra Commissione e Parlamento c’è una sostanziale differenza nel metodo e nei tempi di realizzazione. Da un lato i tecnici prevedono uno sviluppo dall’alto al basso. Che parte cioè dai servizi erogati a livello statale, passando per quelli regionali e via via verso il livello amministrativo locale.

Totalmente opposto l’approccio dell’Assemblea legislativa, che pensa piuttosto ad uno sviluppo contemporaneo, spalmato orizzontalmente sui livelli di governance, puntando piuttosto sulla differenza tra i servizi nuovi, che avrebbero un anno per mettersi in regola, e quelli già esistenti ai quali viene concesso un tempo più lungo, 3 anni.

Diviene, quindi più chiaro perché il terzo organo coinvolto nel processo legislativo europeo, il Consiglio – che per ben due presidenze, quella Irlandese prima, che ad onor del vero aveva cominciato a lavorare ad una soluzione, e quella greca poi – non ha mai preso in considerazione l’idea di portare avanti questo tema.Tuttavia, nella storia dell’Unione Europea, abbiamo visto il Consiglio arrivare a compromessi ben più sofferti. Quali sono allora le vere ragioni per cui gli Stati sono così riluttanti al pensiero di approvare questa Direttiva?

In primo luogo – secondo alcuni rappresentanti dello European Disability Forum – a frenare gli Stati ci sono i costi, considerati troppo alti. Un motivo, questo, definito più che altro una scusa. Non fosse altro perché, dopo sì uno sforzo economico considerevole nella fase iniziale, la manutenzione di un sito internet accessibile è economica e sul lungo periodo può condurre anche a forme di risparmio. Visto che un cittadino disabile può comodamente usufruire di servizi dalla propria abitazione, senza che l’amministrazione competente si faccia carico del suo accompagnamento e relativo spostamento. Inoltre, nel caso di servizi privati, magari anche concorrenziali tra loro, è interessante sapere che il motore di ricerca Google indicizza meglio i siti accessibili che, tra l’altro sono preferiti anche da chi disabile non è, perché meglio organizzati, più intuitivi e facili da utilizzare.

È stato anche sollevato il fatto che a livello UE non esista uno standard riconosciuto. Problema superato a febbraio 2014 quando l’Unione Europea si è dotata delle proprie linee guida che diventano ora il punto di partenza per l’applicazione uniforme della Direttiva.

Ultima preoccupazione del Consiglio è la realtà locale. Spesso fatta di uffici non tecnologicamente avanzati, ed il più delle volte caratterizzata da procedure lente e confuse. Questa Direttiva sarebbe però l’opportunità per una vera e profonda razionalizzazione e digitalizzazione, della PA, riforma che gioverebbe alla società tutta.

È quindi comprensibile l’invito che lo European Disability Forum ha rivolto alla Presidenza italiana, che inizierà i suoi lavori a luglio, a portare la Direttiva all’attenzione del Consiglio e a trovare un compromesso tra la forse troppo scarna posizione della Commissione e la proposta decisamente troppo ambiziosa del Parlamento.

 

Fonte: west-info.eu


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