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“I don’t exaclty hear it, I feel it”*. Parla Coleman, l’ormai famoso quarterback del football americano, sordo.

Si potrebbe tradurre con *“Non lo sento precisamente (tramite l’udito), lo sento dentro”. Queste le parole che usa Derrick Coleman parlando del tifo dei suoi fan.

Sordo profondo dall’età di tre anni, grazie alla sua caparbietà ed al supporto della famiglia, Coleman diventa giocatore ufficiale dell’NFL e quest’anno vince il Superbowl con la sua squadra di football, i Seattle Seahawks. Con qualche piccolo accorgimento: un pantacollant per proteggere i suoi apparecchi acustici e i compagni che ripetono lo schema di gioco guardandolo, in modo da permettergli di leggere il labiale. Il resto è bravura.

 

 

Riportiamo un bell'articolo di Claudio Arrigoni sul tema, pubblicato sul blog "inVisibili" del Corriere della Sera. 

 

Al Super Bowl senza sentire. Derrick, sordo, stella del football Usa

A scuola i compagni, con la cattiveria che ai bambini capita, lo chiamavano “Quattrorecchie”. Dai suoi allenatori ha sentito dire: “Sei una causa persa”. Domenica, al MetLife, stadio del football a East Ritherford nel New Jersey, due passi da New York, sede della sfida planetaria fra Denver Broncos e Seattle Seahawks, la sua squadra, forse a Derrick verranno in mente quegli scherni e quelle parole. O  forse no. Perché quando si entra nella storia, il resto conta poco.Derrick Coleman è il primo atleta con sordità profonda a giocare un Super Bowl, la finale dell’Nfl, la lega Usa di football americano, il più seguito e importante evento sportivo singolo del mondo in uno degli sport tipici degli States (cliccando qui, l’ottimo articolo di spiegazione su Corriere.it), per capirsi un rugby iperspettacolarizzato (senza terzo tempo). 

Derrick Coleman

Nato alla periferia ovest di Los Angeles nel ’90 con una malattia genetica che lo ha portato alla sordità profonda a tre anni, Derrick ha imparato subito come affrontare la vita a muso duro, cosa che gli è servita poi per stare in campo a scontrarsi con giocatori alti 2 metri per 130 chili di peso. Fin da piccolo sentiva i commenti su di lui. “Basta che metti l’apparecchio in modalità off, mi diceva papà”, ricorda sorridendo. Chissà se lo farà anche domenica, in quel catino pieno di rumore, fra le urla dei tifosi e i rombi degli F16 a celebrare l’evento, lui che può vivere tutto questo ascoltando il rumore del silenzio: “Sento i tifosi, non mi danno fastidio”.

Per i cultori del football, a New York la grande sfida è quella dei quarterback (semplificando: i registi) fra Peyton Manning, 37 anni, una leggenda con quattro titoli di miglior giocatore della Lega, e Russel Wilson, 25, la stella emergente. Ma la storia più intrigante è quella di Derrick, che sotto il casco ha gli apparecchi acustici. Quando era giovane li tratteneva e riparava dai colpi calzando in testa un collant rotto della madre. Il video pubblicitario della Duracel (cliccando qui) dove si racconta e spiega come gioca è diventato virale con quasi 15 milioni di visualizzazioni (soltanto contando quello ufficiale, che trovate cliccando qui), destinate ad aumentare in maniera esponenziale con l’avvicinarsi e dopo il Super Bowl: “Mi hanno che non sarei riuscito, che ero una causa persa. I coach non sapevano come parlarmi, avevano rinunciato con me e mi dicevano che avrei smesso. Le squadre non mi scelsero e mi dissero che era finita. Ma sono sordo da quando ho tre anni e così non ho capito. Ora sono qui, con i tifosi più rumorosi dell’Nfl che fanno il tifo per me. E io posso sentire tutto”.

Derrick, che non conosce la lingua dei segni ma usa protesi acustiche e legge il labiale, non è il primo giocatore sordo nella storia dell’Nfl, ce ne sono stati altri due prima (Kenny Walker, che scrisse anche il libro “Roar of Silence”, e Bonnie Sloan, negli anni ’70), ma nessuno aveva mai raggiunto il SuperBowl. Iniziò a impegnarsi seriamente nello sport al liceo, nelle squadre di basket e football. Non doveva essere così male, visto che ottenne una borsa di studio per giocare a Ucla, University of California at Los Angeles, casa sua fra l’altro, culto negli States per tutto ciò che è sport. Si sentì pronto per salire al piano superiore, quello dei professionisti. Al Draft, dove le squadre Nfl scelgono i giocatori, non lo volle nessuno. Era tornato al suo vecchio liceo a fare il viceallenatore, quando arrivò la chiamata prima dei Vikings di Minnesota e poi quella dei SeaHawks, che lo inserirono in squadra. Dal 2012 è a Seattle.

E’ straordinario come Coleman riesca a capire i giochi scelti, in uno sport dove tutti devono eseguire perfettamente il loro compito: “Sono in una posizione in campo dove riesco a leggere ciò che dice il quarterback leggendo le sue labbra, ma se non capisco non sono così timido da non andare da lui e dirgli: ‘Hey, non ho capito’. Devo sapere quale è lo schema bene come gli altri”. A volte alcuni allenatori parlano con una mano davanti la bocca per non farsi capire: “Lo fanno per le persone come me”. In una buona giornata, con gli apparecchi sotto il casco, Coleman sente poco meno della media, diciamo otto su scala dieci. In una brutta, con il sudore anche, scende a sei. Senza protesi, sarebbe sotto due.

I biglietti che ha a disposizione per il Super Bowl li ha donati a una ragazzina ipoacusica. Quando può va in scuole e istituti a parlare con ragazzi e ragazze: “La cosa più difficile nella comunità dei sordi è superare il muro. Ogni cosa che io faccio è cercare di cambiare la percezione. Se io gioco al Super Bowl, mostro che anche chi è sordo lo può fare. Nessuno potrà dire che non posso farlo perché non sento.  Quando parlo ai giovani e vedo che  iniziano a trovare scuse e sono pigri, spiego che questo non mi riguarda. Il tuo problema non è la tua scusa”.


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