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Tutti i colori della sordità di Amalia

particolare locandinaÈ infatti giocando sui colori e sulla loro combinazione, per dare un’idea visivo-simbolica di una realtà complessa, come quella della sordità, che Silvia Zoffoli ha scritto “Amalia e basta”, testo teatrale centrato su una giovane donna sorda, che dopo vari premi, tra cui il secondo posto al Premio “Teatro e Disabilità” del 2011, sta per arrivare sul palcoscenico, dal 23 al 25 ottobre a Roma


Fonte: superando.it - Silvia Zoffoli, autrice, regista e interprete di “Amalia e basta”

La prima edizione del premio per la drammaturgia Teatro e Disabilità - meritoria iniziativa organizzata dall’AVI di Roma (Agenzia per la Vita Indipendente) e dall’ECAD (Ebraismo Cultura Arte Drammaturgia), nata con l’obiettivo di dare una voce all’anima delle molteplici disabilità attraverso la scrittura teatrale e della quale la nostra testata si è a suo tempo ampiamente occupata – l’aveva premiato con ilsecondo posto, giudicando che avesse ottimamente evidenziato quello «sguardo stereotipato sulla disabilità che genera talvolta stigma, causando forme di autoesclusione» e ritenendolo «un racconto teatrale pieno di situazioni sceniche tra il comico e l’imbarazzante». Ora, poco meno di un anno dopo, Amalia e basta - classificatosi anche primo al Concorso InediTO Colline di Torino e a Monologhi Sipario-Autori Italiani, organizzato dalla Fondazione Carlo Terron assieme alla nota rivista «Sipario» – sta per muovere i suoi primi passi sul palcoscenico.
Nelle serate di martedì 23, mercoledì 24 e giovedì 25 ottobre, infatti, verrà rappresentato in forma di “primo studio” a Roma (Teatro Due, Vicolo dei Due Macelli, 37), nell’ambito della terza Rassegna Sguardi S-velati: punti di vista al femminile, con la regia e l’interpretazione di Silvia Zoffoli, che ne è anche l’autrice (scene di Leonardo Carrano; disegno luci di Marco Maione; costumi di Maria Grazia Lasagna Mancini; strutture scenografiche di Carlo e Roberto Zoffoli; assistente alla regia Ilaria Montagna). Successivamente, poi, sabato 3 e domenica 4 novembre, andrà in scena anche a Caserta, all’interno della Stagione 2012-2013, denominata Prospettive contemporanee, di Officina Teatro Caserta a San Leucio.

Amalia, protagonista della storia, lavora come hostess di museo e una giornata in cui le sembra che il tempo non passi mai diventa l’occasione per ripercorrere le tappe fondamentali della sua vita, quelle cioè di una giovane come tante, che però è sorda dalla nascita. Ed è con la sua disabilità “invisibile” - diversità con cui confrontarsi sia rispetto agli udenti, sia rispetto agli altri sordi – che Amalia si misura, facendo emergere vari risvolti, talora tragicomici, e riuscendo infine ad accettarsi appunto come “Amalia e basta”.
«Un soggetto intrigante e poco frequentato (l’ipoacusia) – hanno scritto i giurati di Sipario-Autori Italiani - sviluppato con toni di verità e una partecipazione emotiva che rivela una sorprendente, simpatetica contiguità col tema trattato, attraverso un’apprezzabile modulazione dei diversi registri verbali».

«Rispetto alla sordità – annota la stessa Silvia Zoffoli – oggi c’è ancora molta ignoranza: nell’uso comune resiste non di rado l’utilizzo del termine “sordomuto” per indicare chi, invece, è semplicemente sordo. In realtà la disabilità uditiva è complessa, declinata in differenti forme, modi ed esistenze. Questo testo nasce da un intenso percorso di ricerca, in cui il mio unico criterio guida è stato mettermi in ascolto empatico di molte storie e persone, le più diverse fra loro. Probabilmente in Amalia c’è un po’ di ognuna di esse. Io non posso definirmi un’esperta di sordità né faccio teatro “per sordi”: ho semplicemente sentito la necessità di raccontare, attraverso il teatro, un personaggio che stimoli il pubblico a conoscere una realtà più vicina di quanto si possa immaginare e quello che ho voluto sottolineare è il valore dell’unicità della persona, che non è riducibile a un solo “aggettivo”».
«Amalia – prosegue l’autrice dell’opera – non ama andare in giro con il “libretto delle istruzioni”, eppure è lei la prima a voler cercare una definizione univoca di se stessa e degli altri, la cerca e al tempo stesso la rifugge, vorrebbe appartenere a un gruppo in cui trovare i propri simili, eppure sente gli altri ostili. La sua ironia e fresca leggerezza, in realtà, sono il risultato di un percorso di crescita personale non certamente facile, che vede la sua catarsi nell’accettazione della fragilità. E questo, se si vuole, vale per la sordità come per qualunque altra condizione dell’essere umano: accettarsi ed essere accettati per quelli che si è significa vivere una contraddizione costante fra la ricerca di un’identità precisa e l’insoddisfazione nel non trovarne mai una univoca».
«Probabilmente -conclude Zoffoli – c’è un po’ di Amalia in ognuno di noi. Ho voluto giocare su una messa in scena basata sui colori e sulla loro combinazione, sia per l’ambientazione del testo (un museo) e le passioni della protagonista (l’arte e la pittura), sia per dare un’idea visivo-simbolica di una realtà complessa com’è quella dei sordi. Ho voluto poi lavorare su due livelli, percezione di sé e percezione degli altri, giocando su registri diversi di recitazione, per cercare di restituire, al tempo stesso, la fragilità e la forza di questa piccola grande donna». (S.B.)


Per ulteriori informazioni:
- sulle rappresentazioni di Roma (presentate dall’Associazione Culturale Falesia Attiva): falesiattiva@gmail.comteatrodueroma@virgilio.it;
- sulle rappresentazioni di Caserta: info@officinateatro.com;
- sul Premio Teatro e Disabilitàagvitaindipendente@libero.itecad@live.it.

 

 

locandina dello spettacolo "Amalia e basta"

 

 

 


 

 

Amalia e basta. Il mondo diviso del silenzio

Fonte: Corriere della Sera

di Claudio Arrigoni

 

AMALIA – Mi dispiace signore, qui non si possono scattare fotografie.

SIGNORE – Io … to … ndo … mio … ro!

La ventola di questo condizionatore fa un tale rumore…

SIGNORE – So … togra … fo.

E’ un atteggiamento di sfida, gesticola, neanche lo avessi preso a parolacce. Amalia stai calma, non farti prendere dalla rabbia, la rabbia è cosa vecchia e superata.

AMALIA – Eh? Prego?

SIGNORE – Sto facendo il mio lavoro! Sono un fotografo! Oh ma sei sorda?

Sì, sono sorda, brutto pallone gonfiato! Vuoi vedere le mie protesi?

(AMALIA E BASTA – Monologo a più voci di Silvia Zoffoli)

 

C’è una disabilità che è più “invisibile” di altre: vivere nel silenzio non mette in mostra, non appare e fa apparire, sembra un mondo a sé. La società in cui esiste ciò che appare, superficiale e frettolosa, a volte fa passare per quello che non si è: svogliati o distratti, insomma un po’ “stupidi”, come dimostra il breve dialogo diun gioiellino teatrale che va in scena a Roma da oggi a giovedì al Teatro Due: la storia di Amalia, giovane addetta a un museo, sorda dalla nascita, che ripercorre la sua vita, fatta di confronto con chi ci sente, ma anche con altre persone ipoacusiche, per arrivare alla sua identità di persona, appunto “Amalia e basta”. La sordità che non è un’isola, ma un piccolo arcipelago dove il mare in burrasca non mette in contatto. 

E’ la più frequente fra le disabilità sensoriali. In crescita, come è facile intuire, con l’aumento dell’aspettativa di vita e dell’età media. I bambini che nascono in Italia con sordità profonda (lo screening uditivo, ci informa Corriere Salute, è salito all’80% nel 2011) sono oltre 1100 all’anno, 1-1,5 per mille nati, ma può essere anche 10 volte superiore in presenza di uno o più fattori di rischio. Eppure è “invisibile” fra gli invisibili.

Quello della sordità è un mondo fatto di tanti mondi, magari diversi tra loro, a volte interscambiabili e a volte no, ma tutti uniti da una condizione che va dall’assenza di residuo uditivo (anacusia, l’impossibilità di percepire alcun suono per via uditiva) alla presenza di un residuo uditivo, magari minimo (ipoacusia, con questo residuo che può essere sfruttato da apparecchi acustici) : ci sono coloro che hanno un impianto cocleare, chi utilizza le protesi, chi la Lingua dei segni, chi si esprime perfettamente e chi ha difficoltà nell’espressione. Insomma, mondi anche variegati, ma che spesso non comunicano, o più spesso non vogliono comunicare.

 

Quelli che usano la lingua dei segni mi fanno capire che io sono diversa da loro. Io parlo normalmente, io leggo il labiale, io ho frequentato la scuola con gli udenti. Per loro, io sono udente. Ma io sono sorda! Io porto le protesi! Per poter parlare ho fatto anni di logopedia! Appunto, io non sono come loro, io sono un’oralista, io non faccio parte della loro comunità.

(AMALIA E BASTA, ib.)

 

In Italia, già dal 1880, venne preferito il metodo “oralista”, la lettura delle labbra, a quello “segnante”, l’utilizzo di quella che viene chiamata lingua italiana dei segni (Lis), vera e propria lingua, con l’idea che avrebbe potuto portare a una “chiusura” (e viceversa) verso la società. Un dibattito che 130 anni dopo è ancora aperto e che divide, come dimostrano le posizioni delle due associazioni più importanti,Ens e Fiadda. Un motivo per cui in Italia si è sviluppata meno la lingua dei segni è il fatto che l’italiano è lingua più “facile” da leggere sulle labbra, a differenza, per esempio dell’inglese. La Als (lingua dei segni inglese) si è invece sviluppata molto nei Paesi anglosassoni, in particolare negli Usa. La stessa Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone con disabilità incoraggia gli Stati a promuoverla

Con la legge 517 del 1977, in Italia anche le persone ipoacusiche non sono più in classi speciali, ma inseriti nelle scuole con insegnanti di sostegno e assistenti alla comunicazione. Ci sono ottimi esempi di insegnamento bilingue (l’ultimo nato in una scuola a Milano). Nello sport, gare e manifestazioni sono fuori dal circuito olimpico e paralimpico: ogni quattro anni si svolgono i Deaflympics, veri e propri Giochi per atleti sordi, che si svolgono l’anno dopo l’Olimpiade. Da Rio 2016, per la prima volta, nel programma della Paralimpiade potrebbero essere inserite alcune gare dedicate a persone sorde.

E poi, il grande problema, più che mai di attualità. La scelta per i genitori di bambini appena nati, dopo lo screening, non è facile: l’impianto cocleare, con una operazione alla testa e l’inserimento di un apparecchio che porta gli stimoli direttamente al cervello, o la strada dell’apparecchio acustico, sfruttando anche il minimo residuo uditivo. E’ giusto che i genitori siano informati di benefici e rischidell’impianto, e questo avvenga anche per gli educatori, come raccomanda la Food and Drug Administration americana.

Non può e non deve essere presentata una sola alternativa di fronte a un problema, come quello della sordità, che ne ha diverse. Impianto cocleare, protesi di ultima generazione, Lingua dei segni, sport, identità e comunità: il mondo della sordità è certamente complesso, con strade diverse al suo interno, ma dove dovrebbe esserci dialogo, dibattito, apertura. Per capirlo, basta notare quante riflessioni sono nate da un testo teatrale, come “Amalia e basta”, e quante ne potrebbero ancora nascere.

A volte quelli che dovrebbero essere “esperti” si fanno guerra fra di loro. A sostegno di tesi. Invece l’importante sono le persone. Come sempre.


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