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Per una lettura della Convenzione Onu e dei diritti delle persone con disabilità uditiva

pluralità è ricchezza

Anche le persone sorde e le loro famiglie attendono che il contenuto della Convenzione ONU e i suoi princìpi, gli obblighi generali e la sua "ratio" diventino patrimonio condiviso in Italia, sia da parte dei Cittadini che delle Istituzioni, garantendo alle persone sorde stesse i diritti umani e civili, senza creare discriminazioni. 

 

 

 

 

di Antonio Cotura, Presidente Nazionale Fiadda onlus


La  Convenzione  sui Diritti delle persone con disabilità, approvata dall'Onu a dicembre (del) 2006, sottoscritta dall'Italia a marzo (del) 2007 e ratificata dal Parlamento italiano, con la legge n.18 del marzo 2009, rappresenta un'eccellente opportunità culturale e politica per dare nuovo impulso all’inclusione sociale di tutte le persone con disabilità, favorendone l’autonomia e l’indipendenza.  

Una spinta vigorosa dunque per l’affermazione di diritti comuni a tutti gli uomini piuttosto che a pochi appartenenti a categorie sociali speciali o a comunità caratterizzate da una determinata tipologia di disabilità, ma anche, poiché la Convenzione fornisce una visione d’insieme della problematica, uno strumento giuridico di notevole respiro e garanzia, che ha immediatamente catturato l'interesse delle persone con disabilità uditiva, tra le quali si è riaccesa la speranza di poter colmare grazie ad essa le molte lacune derivate proprio dalla mancata creazione ed erogazione di quei Servizi che sono indispensabili a perseguire gli obiettivi della Convenzione stessa. Infatti, nonostante la legislazione italiana sia tra le più avanzate, esistono sul territorio nazionale vaste aree in cui le persone con disabilità uditiva e le loro  famiglie soffrono per la mancanza o la carenza di servizi adeguati, talvolta per scarsa sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma anche a causa di un debole approccio solidaristico e di comportamenti culturalmente poco evoluti.

 

Ora con l'adozione della Convenzione ONU definitivamente si supera il criterio di stigmatizzazione del solo deficit della persona con disabilità e se ne promuove un nuovo modello sociale (art 1- Scopo) che individua come “…..varie barriere possano impedire la piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di eguaglianza con gli altri”, stabilendo anche un vincolo, un obbligo per gli Stati Parti verso l’adozione di misure e provvedimenti necessari per una effettiva inclusione delle stesse. Se da un lato dunque si rileva l’importanza di eliminare le barriere di varia natura, da quelle della comunicazione a quelle culturali ed oltre, dall’altro si evidenzia e si esplicita la funzione facilitatrice che deve svolgere il contesto ambientale, sociale e culturale, in un ottica di valorizzazione delle aspettative, capacità e caratteristiche individuali.

 

Ne consegue che anche le persone sorde e le loro famiglie riconoscono l’importanza della ratifica della Convenzione Onu in Italia proprio per le conseguenze giuridiche e normative che ne derivano a cominciare dall’esigenza di monitorare gli obiettivi perseguiti e raggiunti e comunque valutati in funzione dell’interazione tra ambiente e persone sorde secondo la logica della classificazione ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute) che mette al centro di ogni analisi proprio quei fondamentali riferimenti bio-psicosociali.

 

Accade tuttavia che in molte Nazioni, tra cui l'Italia, molte persone sorde, relative famiglie e Organismi associativi, non abbiano della Convenzione Onu, per i riferimenti espliciti alla sordità, una visione univoca e condivisa, dato che in essa sono contenuti principi e concetti che non possono avere la stessa valenza una volta calati in realtà di Paesi con contesti storici, culturali ed ambientali molto differenti; invero il riconoscimento di specifiche identità culturali e linguistiche, quali la comunità e la cultura sorde, non rappresenta per  la maggioranza delle persone sorde un’effettiva conquista di diritti ed una reale garanzia di autonomia ed autodeterminazione.

 

E’ un dato di fatto ed incontrovertibile che nella realtà italiana da oltre trenta anni, i bambini sordi, salvo rare eccezioni, vivano nelle famiglie di appartenenza e che gli alunni sordi frequentino la Scuola di tutti e non gli Istituti o Scuole Speciali come accade in altre parti del mondo, compresi alcuni Paesi europei. Ciò in aperto contrasto con il secondo comma dell’articolo 24 della Convenzione, che garantisce invece "il diritto all'istruzione gratuita ed alle buone prassi per l'integrazione di qualità libera e sulla base di uguaglianza con gli altri", e come viene lamentato da molte associazioni di persone con disabilità. Particolarmente un movimento associativo inglese, United Nations Convention Campaign Coalition (UNCCC), che rappresenta 33 organizzazioni che si occupano di disabilità (disability organisations) in tutto il Regno Unito reclama vigorosamente che il Governo locale ritiri la Riserva alla Convenzione proprio a proposito di educazione, auspicando che anche in Gran Bretagna ci si orienti quanto prima verso il sistema scolastico italiano, dove, tengono a segnalare con forza, le scuole speciali sono state superate da oltre trenta anni.

 

Proprio in funzione di ciò, molte persone sorde italiane e le loro famiglie, piuttosto che lasciarsi affascinare da articoli che, con facili entusiasmi, esaltano comunità e culture diverse da quelle proprie della cultura comune a tutti, sostanzialmente ribadiscono il contenuto dell’art. 4 della Convenzione (Obblighi Generali) che al punto 4 recita: "Nessuna disposizione della presente Convenzione può pregiudicare provvedimenti più favorevoli per la realizzazione dei diritti delle persone con disabilità, contenuti nella legislazione di uno Stato Parte o nella legislazione internazionale in vigore in quello Stato. Non sono ammesse restrizioni o deroghe ai diritti umani ed alle libertà fondamentali riconosciuti o esistenti in ogni Stato Parte alla presente Convenzione in virtù di leggi, convenzioni, regolamenti o consuetudini, con il pretesto che la presente Convenzione non riconosca tali diritti o libertà o che li riconosca in minor misura.”  In questo contesto assume poi particolare considerazione l’articolo 7 (Minori con disabilità), che al comma 2 della Convenzione recita "in tutte le azioni concernenti i minori con disabilità, il superiore interesse del minore costituisce la considerazione preminente”.

 

Nel caso di disabilità uditiva il rischio di handicap è strettamente legato al momento di insorgenza della sordità, oltre che naturalmente al suo grado. I bambini nati sordi o divenuti tali nei primi anni di vita e comunque con sordità classificata di grado grave o profonda, e che solo nel 5% dei casi hanno entrambi i genitori sordi, non acquisiscono spontaneamente il linguaggio, con tutte le conseguenze che potrebbero derivarne a danno dello sviluppo linguistico, relazionale e cognitivo. Le famiglie sono quindi obbligate a compiere le scelte importanti sul futuro dei propri figli nella consapevolezza che proprio da queste deriverà la loro qualità di vita e di inclusione sociale, perseguendo quello che, nella fattispecie, esse ritengono il “superiore interesse” del minore nato sordo o diventato tale nei primissimi anni di vita. Un interesse identificato attraverso una forte assunzione di responsabilità e mirato alla costruzione di un progetto di vita, che tenga conto della specificità e personalità del figlio e che soprattutto sia in grado di corrispondere al naturale bisogno dell'uomo di essere sociale, di poter comunicare liberamente con le altre persone, di poter interagire più facilmente a scuola, a lavoro, nella società, entrare a pieno titolo nella storia e nella cultura dell’umanità e del proprio Paese. La lingua verbale, nella  forma scritta e orale è l'indispensabile strumento per raggiungere l'obiettivo.

 

Ci sono tuttavia situazioni in cui la possibilità di comunicare passa necessariamente attraverso l’impiego della comunicazione non verbale e anche del linguaggio segnico. Ed è pur vero che in alcuni Paesi le persone sorde vivono, per scelta o per necessità, come accadeva una volta anche in Italia, in ambienti e luoghi istituzionali separati, come ad esempio le Scuole Speciali, in cui effettivamente si afferma il concetto di comunità. Proprio in ragione di ciò la Convenzione ONU fa riferimento in diversi articoli anche ai diritti delle persone sorde, specialmente adulte, che rivendicano l’appartenenza ad una comunità in quanto minoranza con una propria lingua ed una propria cultura: la cultura sorda della comunità sorda. Fondamentalmente la Convenzione garantisce le professioni di aiuto per l’accessibilità (art. 9), promuove il riconoscimento e l’uso della lingua dei segni al fine di garantire la libertà di espressione e opinione ed acceso all’informazione (art. 21), l’educazione (art. 24) ed infine la partecipazione alla vita culturale e ricreativa, agli svaghi ed allo sport (art. 30). Evidentemente l’identificazione di questa comunità passa attraverso l’uso del linguaggio dei segni, il cui apprendimento si può realizzare proprio con una frequentazione continua ed assidua di altre persone che la utilizzano e che pertanto costituiscono di fatto una comunità in un ambiente generalmente diverso dall’abituale tessuto sociale, che tra l’altro, per quanti vivono in piccoli centri, è molto improbabile creare, vista la bassa incidenza e la forte dispersione sul territorio nazionale della popolazione con sordità. Inoltre  Quando poi si utilizza il linguaggio dei segni in contesti esterni alla cosiddetta comunità, la comunicazione avviene solo attraverso l’impiego di interpreti locali che, se da un lato consentono, il godimento di alcuni diritti, consolidano, nel contempo, una situazione di assoluta dipendenza per le persone sorde. Infine le comunità sorde, seppure esistono, non possono comunicare tra di loro  perché le lingue nazionali dei segni sono diverse e si presentano con notevoli varianti regionali o territoriali, per cui la presunta comunità spesso ha prevalenza localistica.

 

L'uso della lingua verbale ha invece sempre garantito in Italia l'autonomia e l'indipendenza delle persone sorde, attraverso un processo un tempo lungo e faticoso, attualmente facilitato da metodologie e tecniche di logopedia molto evolute e strutturate, benché purtroppo per esse persista il problema della mancata omogenea diffusione su molte aree del Paese. Inoltre le nuove tecnologie protesiche, applicate all’impianto cocleare e agli apparecchi acustici, analogici e digitali di “top level”, consentono oggi a molti, anche con sordità grave o profonda, un buon recupero della capacità percettiva uditiva, raggiungendo talvolta livelli eccellenti.  Con questi presupposti e partendo dall’esposizione del bambino al bagno sonoro di cui necessita, si può costruire intorno ad esso un ambiente ricco di contenuti esperienziali e comunicativi che arricchiscono significativamente le sue relazioni interpersonali. Di forte valenza sono poi le tecnologie per la comunicazioni che consentono, fra l'altro, attraverso le tecniche di sottotitolazione, l’accesso all’informazione,  all’istruzione, alla cultura, al tempo libero, in altri termini alla vita collettiva.

 

Oggi ancor più di ieri è possibile per un bambino sordo preverbale acquisire la lingua in tempi e modi paragonabili al coetaneo udente. Questo percorso può compiersi in tutta naturalezza, solo a condizione che venga applicato un severo Protocollo, dalla diagnosi precocissima, ad un adeguato intervento abilitativo protesico/logopedico, intervento che trova la sua stessa ragione d'essere nell'art. 25 (Salute) punto b che vincola gli Stati Parti a “ fornire alle persone con disabilità i servizi sanitari di cui hanno necessità proprio in ragione delle loro disabilità, compresi i servizi di diagnosi precoce e di intervento d’urgenza, e i servizi destinati a ridurre al minimo ed a prevenire ulteriori disabilità, segnatamente tra i minori e gli anziani”. Un diritto alla salute ribadito dal successivo art. 26 (Abilitazione e Riabilitazione), punto 1 che testualmente prescrive “….A questo scopo, gli Stati Parti organizzano, rafforzano e sviluppano servizi e programmi complessivi per l’abilitazione e la riabilitazione, in particolare nei settori della sanità, dell’occupazione, dell’istruzione e dei servizi sociali, in modo che questi servizi e programmi: (a) abbiano inizio nelle fasi più precoci possibili e siano basati su una valutazione multidisciplinare dei bisogni  e delle abilità di ciascuno.”

 

La realizzazione di quanto previsto dalla Convenzione sarebbe dunque la migliore garanzia per monitorare e implementare su tutto il territorio nazionale l’effettiva realizzazione di un programma di fornitura generalizzata e capillare dei Servizi di diagnostica precoce di sordità e della successiva attivazione dei Servizi complessivi per l’abilitazione e la riabilitazione. E quindi avviare quel progetto di vita personalizzato, capace di mettere ogni bambino sordo nelle migliori condizioni per acquisire con naturalezza una competenza linguistica adeguata e sufficiente a realizzare una agevole inclusione scolastica prima e lavorativa dopo.

 

E’ inoltre evidente come oggi non solo l’uso delle tecnologie avanzate, ma anche degli accorgimenti procedurali e comportamentali, degli ausili, della progettazione universale, possano realmente abbattere le barriere della comunicazione e culturali, favorendo accessibilità e fruibilità dei vari diritti umani. Basti pensare all’impiego dei sottotitoli (anche in tempo reale) in televisione, digitale e analogica, sul web, teatro, convegni, aule universitarie, musei, luoghi della cultura,  dell’arte, dello svago e del tempo libero; all’impiego di segnaletica e di pannelli elettronici in luoghi pubblici, alla cura dell’acustica ambientale per favorire e facilitare l’ascolto.

 

E fondamentale che lo strumento della Convenzione sia realmente utilizzato in Italia, garantendo i diritti umani e civili anche alle persone sorde e non creando discriminazioni. 

 

Vale la pena sottolineare infine che se ci sono Sordi che rivendicano il diritto di appartenenza alla Comunità e Cultura Sorda, è pur certo che ci sono altrettante persone che rivendicano di non riconoscersi in nessuna altra Comunità che non sia quella civile e democratica a cui appartengono tutti i cittadini della Repubblica italiana e più opportunamente ribadiscono il loro diritto a vivere in società libera ed  aperta  a tutti, inclusiva. Ciò non perché, come qualcuno potrebbe insinuare, non accettino la propria condizione, ma perché non concepiscono l'identificazione in una comunità culturale e linguistica, fondata su una disabilità, tantomeno se imposta per legge.

 

Pertanto le persone sorde e le loro famiglie attendono che il contenuto della Convenzione, i suoi principi, gli obblighi generali, la sua ratio, divengano patrimonio condiviso nel Paese dai Cittadini e dalle Istituzioni ed infine che venga dato l’avvio, attraverso la prevista apposita struttura, all’azione di monitoraggio e coordinamento nazionale previsto dall’articolo 33.

 

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(tag fiadda | convenzione onu) 01/06/2011
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